L’esilio siriano e l’introversione europea

 

Da pochi giorni è in libreria e online un libro importante Esilio siriano, migrazioni e responsabilità politiche a cura di Marina Calculli e Shady Hamadi, co-edizione Guerini-goWare. Il 2016, un annus horribilis, si è chiuso con la tragedia di Aleppo che non segna certo la fine della guerra civile in Siria, ma è uno dei suoi tanti capitoli, molti ancora da scrivere. Di seguito riproduciamo l’apertura del saggio di Eugenio Da Crema che parla della consapevolezza che i siriani hanno dell’Europa dal momento che si mettono in viaggio da esuli.

La crisi europea vista dalla Siria

Mentre fuggiva dal proprio paese, la maggior parte dei profughi siriani aveva ben poca conoscenza diretta del mondo fuori dai confini della Siria. Al contrario di altri paesi del Mediterraneo meridionale e orientale come il Marocco, la Tunisia, l’Egitto o la Turchia, dalla Siria nei decenni precedenti non erano partiti molti emigranti verso altri paesi, e in particolare verso l’Occidente. Per ragioni storiche, economiche e culturali i siriani si erano tradizionalmente dimostrati alquanto refrattari verso l’emigrazione di massa nonostante i crescenti tassi di disoccupazione degli ultimi vent’anni. Allo stesso modo, la pratica del turismo in paesi stranieri non aveva mai preso piede nella società siriana come invece era accaduto nel vicino Libano o nelle ricche monarchie del Golfo. Il risultato di tutto questo era quindi che alla vigilia del conflitto che avrebbe portato milioni di loro a lasciare il proprio paese, ben pochi siriani avevano mai avuto una sostanziale esperienza diretta del mondo che li circondava, e tantomeno della più lontana Europa.

Questo non significa però che dell’Occidente, e in particolare dell’Unione Europea, i siriani non avessero alcuna idea. L’informazione di massa, in primo luogo la televisione satellitare e internet, avevano ormai portato le notizie provenienti dal Vecchio Continente nelle case dei siriani. La crisi economica internazionale, sbarcata prepotentemente nel continente europeo con la prima crisi greca del 2009-2010, aveva stimolato una forte curiosità e fatto scoprire a molti le profonde differenze che attraversavano il continente europeo. In particolare, avevano portato alla ribalta il ruolo internazionale della Germania, rimasta alquanto inattiva per decenni, che aveva dimostrato di avere un potere assai maggiore anche delle ex potenze coloniali Francia e Gran Bretagna, per motivi storici da sempre guardate dal Medio Oriente come i veri leader d’Europa. La crisi aveva, soprattutto, anche messo in luce la profonda fragilità della costruzione europea – e prima ancora occidentale – da decenni vista come un fatto immodificabile e, anzi, come un luogo quasi paradisiaco di libertà e perpetua prosperità economica.

La cognizione della diversità dell’Europa

Per coloro, come chi scrive, che hanno vissuto le prime fasi della crisi europea vivendo da europei in Siria, le discussioni sull’Occidente e sull’Europa sui giornali e fra la gente rivelavano aspetti assai interessanti. In primo luogo, i siriani si accorgevano ancor più che in passato delle profonde differenze presenti tra i diversi paesi europei, in precedenza spesso considerati un universo molto più omogeneo. Soprattutto fra i ceti più borghesi delle grandi città, queste differenze venivano amplificate e messe in relazione con lo stato di forte crescita economica che sembrava vivere la Siria in quel momento, almeno all’interno dei grandi centri urbani. L’Europa della crisi, spesso mai vissuta direttamente dalle persone ma intensamente raccontata dai giornali e dalla televisione, non appariva più quell’entità quasi perfetta e irraggiungibile che era stata in passato. Soprattutto il sud Europa veniva percepito, spesso a ragione, come interessato dagli stessi problemi e dagli stessi «vizi» sociali che caratterizzavano la società siriana e le società arabe nel loro complesso. La mancanza per molti siriani dell’alta borghesia di una esperienza diretta dell’Europa e perfino dello stato economico e sociale di molte parti del loro stesso paese permetteva loro anche di amplificare queste similitudini fino a quasi appiattire completamente le pur sostanziali differenze, dando spesso a molti la possibilità di poter affermare con entusiasmo di non essere ormai lontani dal raggiungimento di una posizione socio-economica assimilabile a quella europea, quantomeno a quella dell’Europa meridionale.

La prima ondata di emigrazione … e la seconda

Nessuno di loro probabilmente immaginava che le forti contraddizioni e disuguaglianze create da quella potente e spesso selvaggia crescita economica avrebbero da lì a pochi mesi portato il paese prima dentro una rivolta pacifica violentemente repressa, e nel giro di un anno a una vera e propria guerra civile. Grazie ai loro superiori mezzi economici, saranno proprio i membri di questa borghesia urbana i primi che troveranno in Europa rifugio, spesso già a cominciare dal 2011. Nel 2015 a loro si aggiungeranno altri centinaia di migliaia di siriani provenienti dalle zone più disparate del paese i quali, dopo l’apertura delle frontiere da parte del governo turco, si riverseranno in Europa diretti soprattutto verso il nord, la Svezia prima e la Germania poi, verso cioè quell’Europa che dai mezzi di comunicazione avevano imparato a conoscere come di gran lunga la più avanzata e prospera. Nel loro tragitto, sia lungo la rotta Mediterranea che attraversa l’Italia, sia lungo quella Balcanica che attraversa Grecia, le repubbliche della ex Jugoslavia e l’Ungheria, questi siriani in fuga hanno però dovuto prima di tutto scontrarsi con quell’Europa del sud (e dell’est) da loro percepita così simile ma che ha ben presto dimostrato di essere la meno accogliente e più aggressiva nei loro confronti. Non solo; anche negli agognati paesi del nord, a cominciare dalla Germania di Angela Merkel che nel solo 2015 ha accolto quasi un milione di rifugiati, i siriani si sono trovati di fronte società in cui l’accoglienza nei loro confronti si è fatta via via più fredda, sfociando in alcuni casi in veri e propri atti di violenza. Oltre al semplice razzismo, la maggior parte di loro ha potuto fornire scarse spiegazioni dei comportamenti, delle rigidità e delle vere e proprie chiusure da loro vissute all’interno della zona di libero scambio più opulenta del pianeta. E non di meglio sono stati spesso in grado di fare i grandi media europei.

 

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